Correndo… puoi!

Marzo 31 Correndo... puoi!

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21km in pausa pranzo

Come fa una mamma che ha un nano che la notte dorme poco (quindi non riesce ad alzarsi alle 5 del mattino), lavora a tempo pieno – con anche alcune trasferte lavorative – ed ha un marito che lavora più di lei e non rincasa mai prima delle 21 (sabato e domenica mattina lavora pure) a ritagliarsi uno spazio per se, per correre e sgranchirsi un po’ la testa?
Questa è la prima domanda che mi è venuta in mente quando il mister mi ha proposto di allungare la distanza delle mie corse e provare una mezza maratona. La riposta è nella pausa pranzo, tre allenamenti concentrati (40/45 minuti effettivi) in settimana e quando si riesce un lungo, sempre un po’ di più ad aumentare.
Su internet ci sono tabelle per fare una mezza in 8/12 settimane, con allenamenti di almeno 1 ora, 1 ora e mezza. Per me voleva dire allungare i tempi della tabella e provare la Stramilano a marzo. Quindi la mia tabella diventa di 6 mesi, ma era fattibile.

Ci ho pensato un’estate (complice l’aiuto dei nonni sitter, che mi permettevano di andare a correre con regolarità), abbiamo fatto i test in settembre ed ero d’accordo di provare per un mese, capire se avrei retto a questi ulteriori carichi fisici e mentali e poi decidere.
A dicembre decido che potrei farcela e mi voglio iscrivere alla gara. Mi sono messa alla ricerca di una squadra di atletica per cui tesserarmi, ne ho viste molte ma poi ho deciso di “pancia”. Ho scelto gli Happy Runner, non solo per il nome che mi si addice ma anche per la loro simpatia e disponibilità. Ed ho scelto bene: ad ogni incontro durante la Stramilano era un ciao e poi Carolina e Roberta durante la gara mi hanno aiutato ad uscire dalla crisi mistica che mi aveva buttato giù tra il 15° e 16° km.

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Ebbene eccomi qui: il giorno dopo la mia prima mezza maratona preparata in pausa pranzo. Ho la fortuna di lavorare in pieno centro a Milano e poter usufruire degli spogliatoi dell’Arena e del Parco Sempione per gli allenamenti quotidiani. Ho la fortuna di avere accanto persone speciali che mi incitano e mi spronano – che credono in me.
Certo, correre in pausa pranzo è difficile e pesante. Ci sono dei giorni in cui mi sono sforzata molto per alzarmi dalla scrivania ed uscire. Ma è stato anche molto terapeutico: rientravo grintosa e comunque avevo spezzato la giornata.
E portare le scarpette da corsa nelle trasferte è stata una vera goduria: alcune volte si usava il tapis roulant dell’albergo, altre il lungomare all’alba. Con la scusa di non avere nessun disturbatore notturno riuscivo anche ad alzarmi presto per andare a correre.

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Sei mesi sono volati e a 15 giorni dall’evento è successa la cosa che tutti gli sportivi temono: l’infortunio! Non ci potevo credere, finisco l’allenamento del venerdì zoppicando e piango. Piango perché vedo sfumare tutto il lavoro e da vera pessimista non mi vedo alla partenza della gara preparata. Sono stata rimessa in piedi: una settimana di stop, trattamenti terapeutici con metodo STEMAF e antinfiammatori, la settimana della gara ricomincio a macinare chilometri. Lento, piano, ma corro per essere pronta la mattina del 29 marzo. E devo ammettere che senza l’infortunio forse avrei rubato alcuni minuti al tempo finale, anche se l’obiettivo era di finire sotto le 2 ore e comunque ce l’ho fatta!
Devo assolutamente spendere alcune parole per i ringraziamenti: il mister che mi ha cucito addosso la preparazione atletica e creduto sempre nelle mie possibilità e spostato l’asticella dei limiti. Il terapista, che ogni volta mi rimetteva in piedi e noncurante delle mie lamentele ha sistemato l’impossibile. Il marito, da ottimo capo branco ha saputo leccare le mie ferite, ma anche abbaiare quando alzavo troppo la cresta. Sono in una botte di ferro: tre figure in una, ti amo mio compagno di una vita.
Attila, la mia primogenita e personal fashion stylist che si preoccupa di come “vado conciata in giro per correre”: mi sceglie abbinamenti, mollettine e fiocchetti – mi sento anche un po’ carina grazie a lei. Barbarossa, il nano che non ha mai sonno, perché solo grazie a lui, per sfuggire a un esaurimento nervoso, ho ricominciato a fare sport.
Infine, le matte, talmente matte che mi vedono con gli occhi di chi ti vuole bene e sanno che so essere tanto brontolona e burbera, ma vera. Che mi hanno aspettato sul tracciato per salutarmi, ma non si sono accorte (per ben due volte – solo noi possiamo) che passavo e che chattavano durante la gara per sapere a che punto ero.

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Dietro ad una Maratoneta ci sono (anche) tre Matte

Domenica 22 Marzo 2015 sono stata alla Maratona di Roma…con il cuore e con la mente.

Jessica ha corso lì per la prima volta i tanto sognati 42,195 km e delle sue imprese avete letto, ma non sapete nulla delle mie e di quelle delle altre tre matte, fisicamente in tutt’altre parti.

Alle 8.50, ora di partenza della gara, ho guardato l’orologio e mi sono posizionata su una linea di partenza immaginaria.

In quell’istante mi sono immedesimata in lei che, dopo tanto allenamento e sacrifici, si trovava davvero su una linea di partenza, quella della sua prima Maratona. Sentivo la tensione, l’idea di lasciar perdere, la voglia di partire, la paura di non farcela, la voglia di farcela. Ma è possibile?

Con Jessica litigo spesso perché siamo diversissime e, ovviamente, le nostre differenze ci portano a scontri per l’operatività. Abbiamo giusto litigato due giorni prima che lei partisse per Roma.

Ma più ci penso e più mi rendo conto che proprio le cose che di lei mi fanno innervosire quando lavoriamo al nostro progetto sono le stesse che le invidio quando parliamo di corsa.

La sua precisione maniacale (per me che sono la regina dell’imprecisione), quel suo fare continuamente schemi e file da seguire senza la minima tolleranza per l’improvvisazione (di cui io vivo), quel suo riuscire a trovare il tempo a costo di non dormire o di svegliarsi all’alba pur di rispettare una scadenza. Lei ha tutto quello che manca a me e per questo maratoneta non sarò mai (a meno che non mi contagi).

La immagino su quella linea con lo sguardo fisso sul traguardo, determinata, convinta del lavoro fatto in termini di preparazione. Confesso di non aver mai avuto un dubbio sul fatto che arrivasse alla fine di questa impresa ne’ sul fatto che la portasse a termine in meno di quattro ore. Se penso a me ho dubbi anche quando si parla di 5 km. Se non è stima questa…

Io, Deborah e Roberta abbiamo seguito la sua impresa in tempo reale km dopo km, dall’inizio alla fine, restando sempre collegate fra di noi.

Per far questo mi sono macchiata di un paio di “reati”:

1) ho tenuto il telefono acceso nella sala d’attesa delle terme presso le quali mio figlio sta seguendo un ciclo di cure, nonostante il divieto assoluto (io che rispetto sempre i divieti);

2) ho causato disturbo alla quiete pubblica aggiornando perfetti sconosciuti nella sala medesima su distanze e tempi di Jessica, non proprio a bassa voce.

In più ho fatto traboccare il serbatoio dell’auto di benzina al sefl service per seguire gli aggiornamenti e sporcato me e mio figlio nell’estrarre velocemente la pompa quando me ne sono accorta, imprecando con gran gioia dei passanti.

Per tre ore e cinquanta minuti io, Deborah e Roberta abbiamo chattato (e combinato guai) per essere con Jessica, perché noi ci sentivamo con lei.

La corsa è amicizia, è sostegno, è solidarietà, è fiducia nel potenziale delle persone, è scambio. Oltre a tutto il resto.

La squadra vince anche in un sport individuale.

Ora vado a riposare, una Maratona stanca.

 

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Foto (stupenda) di Marco Maraschi

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Maratona di Roma

Chiudo gli occhi e vedo scorrere le immagini della Maratona di Roma, rivivo le stesse emozioni e ho ancora il sorriso impresso sul mio viso al traguardo.

Ho trattenuto le lacrime a stento per l’ultimo chilometro e sono esplosa in un pianto di gioia per quello successivo al varco, con lacrimoni di felicità, sollievo e grande soddisfazione.

Non riesco a raccontare solo la Maratona perché è stato un weekend intenso in cui ho conosciuto delle persone meravigliose e che hanno reso perfetto ogni istante. Da tempo su Twitter ero entrata in un gruppo di runner che si preparavano come me per la Maratona di Roma e con alcuni ci eravamo sentiti per organizzare un pranzo insieme. Da perfetti sconosciuti con in comune la passione per la corsa, ad amici veri e propri che fra una cacio e pepe e un’amatriciana si danno appuntamenti per le prossime avventure. Con Marco il desiderio di correre insieme perché i nostri allenamenti sono allineati, con Daniele che parla della Maratona e insieme ci commuoviamo, con Gian Carlo che conosce il percorso a memoria e mi dà delle dritte sui punti più difficili.

La sera a cena con il Team Spartans, c’è il coach che è venuto a Roma solo per fare il tifo ai suoi atleti, il Presidente e finalmente associo un volto e una voce ai nomi dei componenti della squadra. Carbo loading completato e a nanna presto anche se prima di mezzanotte non si chiude occhio.

IMG_20150322_194429Il giorno prima rincuoro la mia amica Giorgia che mi avverte che potrei vederla piangere al risveglio… poi la mattina sono io a piangere ed è lei a dirmi di respirare.

Mi sento uno scricciolo, ho davanti un’impresa colossale da affrontare, lo so che l’ho voluto io e lo desidero con tutta me stessa… mi sono preparata bene per mesi e quella medaglia merito di averla. Però 42km sono tanti! Il solo pensiero di doverli fare in macchina di solito mi stanca mentre oggi li devo fare con le mie gambe!

Arrivo alla partenza, sono con Marco. Quando passiamo sotto al varco i Top Runner sono partiti già da una decina di minuti. Partiamo dall’ultima griglia e abbiamo davanti circa 15 mila runner. Superiamo i palloncini delle 4 ore e 15, poi quelli delle 4 ore. Corsa gestita benissimo e in progressione. A fasi alterne uno dei due accelera il passo e l’altro funge da freno. I passaggi sul Tevere danno una carica pazzesca ed è impossibile non farsi prendere dalla smania di correre senza controllo. Al 12° km Daniele ci affianca e ci scorta fino al 17°. Ci carica con i suoi “daje ragà”, “vai Marco e Jessica”, che poi Jessica pronunciato da un romano è tutta un’altra cosa e mi gasa da impazzire. Con lui le gambe sono leggere, lui si commuove e il mio cuore scoppia di gioia. Al 18° km il suggestivo passaggio davanti a Piazza San Pietro ed è preghiera. Come prima, come dopo, ma lì è più forte. Raggiungo la mezza maratona e ho davanti altri 21km e qualche metro. Continuo i miei calcoli su quanto km mancano alla fine, quando corro conto in continuazione.  Voglio gestirla fino ai 35 e poi tirare se ne ho. Dai 33 tutta dritta lungo il Tevere fino ai 37. Al 34° la mia amica Giulia mi affianca in bici e mi incita per qualche centinaio di metri, fino a quando iniziano i sottopassaggi e ci perdiamo. Lei però riesce magicamente ad individuarmi da sopra un ponte e mi scatta questa foto stupenda, un regalo meraviglioso.

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Il passaggio in Piazza Navona è elettrizzante e le gambe vogliono il traguardo, raggiungo i 4’40” superando la media con Marco dei 5’20” e dimenticando quella stabilita con il coach a 5’38”. Il mio grillo parlante mi ricorda che la Maratona finisce solo ai 42… io ci voglio arrivare e riprendo il passo senza spingere.

Ai 36 nessuna traccia del muro, ai 38 nemmeno, temo il suo arrivo, lo aspetto come una batosta nello stomaco o una legnata sulle ginocchia, ma niente, niente di niente! Ottimizzo i miei movimenti, respiro come mi ha insegnato il mio terapista, curo l’appoggio come dice GMP degli Spartans, a volte mi sembra di correre sull’ovatta.

I Romani sono fantastici e il tifo lo fanno sul serio con tanto di cartelli “Ma chi te l’ha fatto fa”, “Daje”, “Ce la poi fà”. Applaudono, urlano i nomi sui pettorali o quelli delle podistiche che leggono sulle maglie, mi dicono che sono brava.

In piazza di Spagna altra esaltazione da tenere a freno per la salita finale, ma appena vedo l’ultima curva su Via dei Fori Imperiali tolgo i freni, vado in iperventilazione e le lacrime scendono finalmente libere.

Telefono immediatamente a casa e piango più forte sentendo la voce dei miei bambini e di mio marito, mi sento mancare l’ossigeno, sono felicissima. Ho scritto i loro nomignoli sul dorso della mia mano per baciarli nei momenti di difficoltà. La gara è per loro, perché possano superare ogni giorno senza paura.

Abbraccio Marco, abbiamo corso insieme fino alla fine. Ho condiviso con lui emozioni profondissime pur in quelle poche parole che ci siamo scambiati lungo il percorso. Selfie a manetta per i nostri amici di RunLovers e per quelli di Twitter.

Abbraccio il coach Torre che mi dice che tremo e che ho le labbra blu. Io son talmente euforica che non me ne accorgo e lui mi copre con la sua giacca. Un abbraccio al Presidente e poi di corsa in hotel.

Sul treno di ritorno scopro che le mie amiche Matte in fuga hanno seguito tutta la mattina ogni mio passo controllando i parziali in tempo reale. Sono senza parole. Qui ci vogliamo bene.

#matteinfuga a Roma, missione Maratona…. completata!

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