21km in pausa pranzo

Come fa una mamma che ha un nano che la notte dorme poco (quindi non riesce ad alzarsi alle 5 del mattino), lavora a tempo pieno – con anche alcune trasferte lavorative – ed ha un marito che lavora più di lei e non rincasa mai prima delle 21 (sabato e domenica mattina lavora pure) a ritagliarsi uno spazio per se, per correre e sgranchirsi un po’ la testa?
Questa è la prima domanda che mi è venuta in mente quando il mister mi ha proposto di allungare la distanza delle mie corse e provare una mezza maratona. La riposta è nella pausa pranzo, tre allenamenti concentrati (40/45 minuti effettivi) in settimana e quando si riesce un lungo, sempre un po’ di più ad aumentare.
Su internet ci sono tabelle per fare una mezza in 8/12 settimane, con allenamenti di almeno 1 ora, 1 ora e mezza. Per me voleva dire allungare i tempi della tabella e provare la Stramilano a marzo. Quindi la mia tabella diventa di 6 mesi, ma era fattibile.

Ci ho pensato un’estate (complice l’aiuto dei nonni sitter, che mi permettevano di andare a correre con regolarità), abbiamo fatto i test in settembre ed ero d’accordo di provare per un mese, capire se avrei retto a questi ulteriori carichi fisici e mentali e poi decidere.
A dicembre decido che potrei farcela e mi voglio iscrivere alla gara. Mi sono messa alla ricerca di una squadra di atletica per cui tesserarmi, ne ho viste molte ma poi ho deciso di “pancia”. Ho scelto gli Happy Runner, non solo per il nome che mi si addice ma anche per la loro simpatia e disponibilità. Ed ho scelto bene: ad ogni incontro durante la Stramilano era un ciao e poi Carolina e Roberta durante la gara mi hanno aiutato ad uscire dalla crisi mistica che mi aveva buttato giù tra il 15° e 16° km.

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Ebbene eccomi qui: il giorno dopo la mia prima mezza maratona preparata in pausa pranzo. Ho la fortuna di lavorare in pieno centro a Milano e poter usufruire degli spogliatoi dell’Arena e del Parco Sempione per gli allenamenti quotidiani. Ho la fortuna di avere accanto persone speciali che mi incitano e mi spronano – che credono in me.
Certo, correre in pausa pranzo è difficile e pesante. Ci sono dei giorni in cui mi sono sforzata molto per alzarmi dalla scrivania ed uscire. Ma è stato anche molto terapeutico: rientravo grintosa e comunque avevo spezzato la giornata.
E portare le scarpette da corsa nelle trasferte è stata una vera goduria: alcune volte si usava il tapis roulant dell’albergo, altre il lungomare all’alba. Con la scusa di non avere nessun disturbatore notturno riuscivo anche ad alzarmi presto per andare a correre.

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Sei mesi sono volati e a 15 giorni dall’evento è successa la cosa che tutti gli sportivi temono: l’infortunio! Non ci potevo credere, finisco l’allenamento del venerdì zoppicando e piango. Piango perché vedo sfumare tutto il lavoro e da vera pessimista non mi vedo alla partenza della gara preparata. Sono stata rimessa in piedi: una settimana di stop, trattamenti terapeutici con metodo STEMAF e antinfiammatori, la settimana della gara ricomincio a macinare chilometri. Lento, piano, ma corro per essere pronta la mattina del 29 marzo. E devo ammettere che senza l’infortunio forse avrei rubato alcuni minuti al tempo finale, anche se l’obiettivo era di finire sotto le 2 ore e comunque ce l’ho fatta!
Devo assolutamente spendere alcune parole per i ringraziamenti: il mister che mi ha cucito addosso la preparazione atletica e creduto sempre nelle mie possibilità e spostato l’asticella dei limiti. Il terapista, che ogni volta mi rimetteva in piedi e noncurante delle mie lamentele ha sistemato l’impossibile. Il marito, da ottimo capo branco ha saputo leccare le mie ferite, ma anche abbaiare quando alzavo troppo la cresta. Sono in una botte di ferro: tre figure in una, ti amo mio compagno di una vita.
Attila, la mia primogenita e personal fashion stylist che si preoccupa di come “vado conciata in giro per correre”: mi sceglie abbinamenti, mollettine e fiocchetti – mi sento anche un po’ carina grazie a lei. Barbarossa, il nano che non ha mai sonno, perché solo grazie a lui, per sfuggire a un esaurimento nervoso, ho ricominciato a fare sport.
Infine, le matte, talmente matte che mi vedono con gli occhi di chi ti vuole bene e sanno che so essere tanto brontolona e burbera, ma vera. Che mi hanno aspettato sul tracciato per salutarmi, ma non si sono accorte (per ben due volte – solo noi possiamo) che passavo e che chattavano durante la gara per sapere a che punto ero.

deborah_matta

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